Dati reali e innovazione digitale per la ricerca oncologica: l’esperienza di IDEA4RC
Nel corso dell’Annual Meeting di Alleanza Contro il Cancro, Annalisa Trama ha presentato gli sviluppi del progetto europeo IDEA4RC, avviato tre anni fa con l’obiettivo di migliorare la disponibilità e l’utilizzo dei dati real-world nella ricerca sui tumori rari.
ACC partecipa al progetto in qualità di partner strategico, contribuendo alla costruzione di una vera infrastruttura europea per i dati oncologici e mettendo a disposizione la rete degli IRCCS e il patrimonio di competenze cliniche e scientifiche necessarie per validare soluzioni innovative. In questo contesto, ACC svolge un ruolo chiave di coordinamento, diffusione e trasferimento dei risultati, con l’intento di consolidare la leadership italiana nella ricerca traslazionale e di rafforzare la cooperazione internazionale.
L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che i dati clinici, oggi spesso dispersi e difficilmente accessibili, rappresentano una risorsa cruciale non solo per la ricerca ma anche per la pratica clinica quotidiana. «Occorre trasformare le reti cliniche e traslazionali in vere e proprie data network», ha sottolineato Trama, rimarcando come la possibilità di utilizzare dati tempestivi e ben strutturati possa accelerare l’innovazione in oncologia.
Tra le principali criticità evidenziate vi sono la frammentazione delle informazioni, la difficoltà per i clinici nell’accedervi e comprenderle, nonché le sfide legate alla sicurezza e alla protezione dei dati. Basti pensare che circa l’80% delle informazioni contenute nelle cartelle cliniche elettroniche è in formato testuale libero, quindi non immediatamente utilizzabile a fini di ricerca.
Per affrontare questi ostacoli, IDEA4RC – con il supporto della rete ACC – sta sviluppando soluzioni avanzate:
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Modelli NLP (Natural Language Processing) capaci di ricostruire l’intera storia clinica del paziente, ordinando diagnosi, trattamenti, recidive e outcome secondo un common data model oncologico basato sugli standard internazionali OMOP e FHIR.
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Strumenti di interrogazione intuitivi (tra cui cohort builder e chatbot) che consentono a medici e ricercatori di esplorare i dati con il proprio linguaggio specialistico, senza doversi confrontare con la complessità dei sistemi informatici.
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Federated learning, un approccio di machine learning che consente di addestrare algoritmi su dati distribuiti nei diversi ospedali senza trasferirli, preservando così privacy e sicurezza.
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Sperimentazioni sui dati sintetici, con l’obiettivo sia di ampliare la numerosità campionaria nello studio dei tumori rari, sia di migliorare la qualità e la rappresentatività dei dataset riducendo bias e incompletezze.
Trama ha sottolineato come la protezione dei dati non sia solo una questione etica, ma anche di cybersecurity: le infrastrutture digitali diventano sempre più complesse e non tutti gli ospedali dispongono delle competenze necessarie per gestirle. Per questo motivo il progetto prevede anche lo sviluppo di valutazioni d’impatto sulla protezione dei dati per ciascun algoritmo utilizzato.
L’intervento si è concluso con un invito alla comunità scientifica: ampliare la collaborazione per costruire, grazie anche al ruolo guida di ACC, un’infrastruttura europea dei dati oncologici capace di generare valore reale per la ricerca e, soprattutto, per i pazienti.
CNAO promuove un corso ECM sull’adroterapia per i tumori cerebrali
Il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (CNAO) di Pavia, associato alla Rete, organizza un corso di formazione ECM ibrido dedicato all’impiego dell’adroterapia nel trattamento dei tumori cerebrali.
L’iniziativa si terrà venerdì 10 ottobre 2025 alle ore 09.30, nella sede di CNAO a Pavia, e affronterà in particolare gli approcci clinici per i gliomi di basso grado, i glioblastomi e i meningiomi.
Le sessioni formative approfondiranno i progressi della radioterapia, le strategie terapeutiche integrate e la gestione delle complicanze. Il corso metterà in evidenza l’importanza di un approccio multidisciplinare nella presa in carico dei pazienti, con l’obiettivo di trasferire conoscenze aggiornate a medici e specialisti impegnati nella lotta contro i tumori cerebrali.
Grazie al contributo degli sponsor, sono disponibili 30 quote di iscrizione gratuite per la partecipazione all’evento residenziale. Per usufruirne è necessario iscriversi entro il 1° ottobre 2025.
Tutte le informazioni e le modalità di registrazione sono disponibili sul sito di Fondazione CNAO: https://www.fondazionecnao.it/
ACC, dalla survey degli IRCCS le priorità di ricerca in linea con il Beating Cancer Plan
Nel corso dell’ultima giornata del decimo Annual Meeting di Alleanza Contro il Cancro – svoltosi a Verona e co-organizzato con l’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e conclusosi ieri – il coordinatore scientifico della Rete, Lisa Licitra, ha presentato i risultati di un ampio sondaggio condotto tra gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico associati ad ACC per individuare le priorità di ricerca in relazione allo European Beating Cancer Plan.
«Abbiamo interrogato 26 IRCCS della Rete – ha spiegato Licitra – chiedendo loro di indicare su quali aree intendono concentrare maggiormente le risorse, in termini di capitale umano, infrastrutture ed economie. Il risultato è una fotografia utile per comprendere l’orientamento della nostra comunità scientifica rispetto alle linee tracciate dall’Unione Europea».
Dall’indagine emergono in primo piano la digitalizzazione e il miglioramento degli standard terapeutici, seguite dalla diagnosi precoce. «Ben 14 Istituti – ha sottolineato Licitra – hanno indicato la digitalizzazione come impegno prioritario, puntando in particolare sull’ottimizzazione delle cartelle cliniche elettroniche e sulla creazione di database istituzionali. Al secondo posto troviamo il miglioramento degli standard terapeutici, mentre prevenzione, qualità della vita e survivorship risultano meno praticati e andranno rafforzati».
Un dato significativo riguarda le prospettive di medio periodo: «Quindici IRCCS su ventisei – ha proseguito Licitra – hanno dichiarato che nei prossimi tre anni rivedranno le proprie priorità, in particolare in tema di digitalizzazione e prevenzione». Più marginale, invece, l’attenzione riservata alla riduzione delle disparità e alla ricerca gestionale in ambito sanitario.
La survey, cui non ha risposto un solo Istituto per ragioni specifiche, conferma il forte coinvolgimento di ACC nelle progettualità europee e rappresenta uno strumento prezioso per orientare le attività della Rete in coerenza con le strategie comunitarie. «Il nostro compito – ha concluso Licitra – è fare in modo che le priorità di ricerca individuate dagli IRCCS si traducano in azioni concrete, capaci di rispondere alle sfide poste dal Beating Cancer Plan e di garantire un impatto reale sulla vita dei pazienti».
Un mosaico di competenze per l’oncologia italiana: il ruolo dei Working Group
All’Annual Meeting di Alleanza Contro il Cancro recentemente conclusosi è stato tracciato un bilancio ampio e propositivo delle attività dei Working Group, al centro della ricerca oncologica traslazionale del Paese. Come ha ricordato Luca Boldrini, segretario del Wg Radiomica, che ha parlato a nome dei colleghi, i gruppi operano secondo una logica a matrice che integra aree cliniche e trasversali, «garantendo un dialogo diretto tra chi cura i pazienti e chi lavora in laboratorio».
I WG si confermano il “candidato naturale” per fornire contenuti di alta qualità alle piattaforme di rete e ai grandi contenitori di dati, rafforzando così la vocazione traslazionale di ACC. La loro azione si fonda su pilastri solidi: dal networking nazionale e internazionale, che consente alla Rete di competere nei progetti europei, alle piattaforme multiomiche condivise basate sui Real World Data, passando per la definizione di nuove figure professionali chiave come i data scientist e gli study coordinator.
Non mancano esempi di innovazione che nascono dalla collaborazione con l’industria, come lo sviluppo di un fantoccio per la taratura della risonanza magnetica elaborato proprio dal WG di Radiomica, o la capacità di alcuni gruppi di integrare direttamente le attività di policy making con le società scientifiche nazionali. «È anche grazie a questa reputazione – ha sottolineato Boldrini – che i WG possono incidere concretamente nelle linee guida e nei documenti di consenso».
Sul piano della ricerca, l’impegno è rivolto a biomarcatori sempre più avanzati – dalla biopsia liquida alle vescicole extracellulari fino al DNA tumorale circolante – alla profilazione genomica su larga scala, alla radiomica e all’imaging quantitativo, senza dimenticare l’immunoterapia e le terapie cellulari, con risultati di rilievo anche nei tumori solidi e pediatrici.
Pur in un contesto spesso segnato da risorse limitate, i WG hanno saputo «fare quadrato» e portare in ACC risultati significativi, valorizzando i primi finanziamenti e competendo con successo in bandi nazionali e internazionali. La prospettiva futura, ha concluso Boldrini, guarda al potenziamento del data sharing avanzato, in stretta sinergia con i progetti strategici nazionali.
La ricerca oncologica europea verso la Real World Evidence: l’intervento del presidente di Digicore
La ricerca e la cura oncologica in Europa sono giunte a un bivio cruciale, spinte dalla necessità di integrare i vasti ma spesso disorganizzati flussi di dati clinici per migliorare significativamente la sopravvivenza dei pazienti. È questa la visione illustrata da Giovanni Tonon, direttore di Digicore e Direttore del Centro di Genomica Traslazionale e Bioinformatica, nonché del laboratorio di Genomica Funzionale del Cancro all’IRCCS San Raffaele di Milano, istituto associato ad Alleanza Contro il Cancro, durante la terza e ultima giornata dei lavori del decimo Annual Meeting di ACC, conclusosi ieri a Verona e organizzato insieme all’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar.
L’obiettivo strategico, ha spiegato Tonon, è superare le barriere legislative e tecnologiche per compiere una transizione epocale: passare da un approccio fondato sui tradizionali clinical trials alla Real World Evidence (RWE), un cambiamento di paradigma essenziale per misurare l’impatto reale delle terapie nella pratica clinica quotidiana.
L’iniziativa Health Big Data e il Molecular Tumor Board Virtuale
Un pilastro fondamentale di questa trasformazione è rappresentato dall’iniziativa Health Big Data, concepita con lo scopo di creare una piattaforma federata che permetta l’integrazione dei dati provenienti dai diversi ospedali europei. Questa architettura innovativa, costruita su infrastruttura cloud, garantisce le salvaguardie legislative e tecnologiche necessarie per gestire informazioni sanitarie sensibili.
Al centro di questa struttura si sviluppa il Molecular Tumor Board Virtuale (MTB), supportato dalla piattaforma CGP (Cohort Genomic Project). «CGP è stata concepita come una sorta di CRF evoluto», spiega Tonon, «ed è cruciale per la segregazione dei dati: organizza le informazioni in coorti distinte e indipendenti, garantendo la massima tutela della privacy».
La piattaforma è stata progettata per acquisire dati genomici estremamente eterogenei, includendo alterazioni somatiche, traslocazioni cromosomiche, variazioni del numero di copie (copy number changes) e varianti germinali, con la flessibilità necessaria per integrare futuri dati omici come RNA, proteine e metaboliti. Per assicurare precisione e accuratezza delle informazioni, è stato definito, nel contesto dell’iniziativa One Plus Million Genom, un minimal dataset for cancer (pubblicato su Nature Genetics), che individua il set minimo di campi indispensabili per caratterizzare completamente un paziente oncologico.
Il sistema è integrato con CBIO Portal, consentendo al clinico di ottenere un riscontro immediato delle alterazioni rilevate con quanto disponibile nella letteratura scientifica internazionale.
Il partenariato Digicore: colmare le disparità europee
Questa spinta verso la digitalizzazione è condivisa a livello europeo dal partenariato Digicore, un’iniziativa ambiziosa che mira a colmare le significative disparità nella sopravvivenza al cancro, che in Europa oscillano drammaticamente tra il 40% e il 65% a seconda dei Paesi. «Le discrepanze che osserviamo sono inaccettabili nel 2025», sottolinea Tonon, «e la principale sfida è rappresentata dalla bassa qualità dei dati ospedalieri, spesso non strutturati e quindi non utilizzabili per migliorare le cure».
Digicore pone particolare enfasi sull’impiego dell’Intelligenza Artificiale (AI) non solo per l’analisi dei dati, ma soprattutto per superare il roadblock rappresentato dalla raccolta dati da parte dei clinici. Programmi pilota avanzati utilizzano il Natural Language Processing (NLP) per automatizzare la raccolta dati durante le visite ambulatoriali: il medico non è più costretto a dedicare tempo prezioso alla trascrizione, poiché le informazioni vengono automaticamente acquisite dall’AI, che le elabora secondo dizionari e semantiche appropriate, riportandole direttamente nella cartella clinica elettronica.
«I clinici non vogliono perdere tempo per introdurre dati all’interno dei vari database e questo va naturalmente a discapito di una raccolta capillare e corretta delle informazioni», osserva Tonon. «Il nostro approccio automatizzato fa risparmiare una quantità di tempo enorme, ripristinando il rapporto medico-paziente e migliorando significativamente la qualità complessiva del dato raccolto».
L’approccio federato: risposta alla “Torre di Babele” sanitaria europea
L’urgenza di adottare un approccio federato in Europa è dettata da quella che Tonon definisce una vera e propria «Torre di Babele di sistemi sanitari», dove coesistono pratiche mediche diverse, infrastrutture informatiche eterogenee e, soprattutto, una cacofonia legislativa generata dalle diverse implementazioni del GDPR nei singoli Stati membri.
Questa eterogeneità ha reso «assolutamente impossibile realizzare una struttura centralizzata» per i dati sanitari europei. Pertanto, Digicore ha optato per un approccio federato, garantendo che le singole istituzioni mantengano il pieno controllo sui propri dati, pur potendo interagire in modo sicuro e regolamentato.
Verso la medicina di precisione: ogni paziente oncologico è un caso raro
Il livello di dettaglio raggiunto nell’analisi molecolare ha portato a una consapevolezza rivoluzionaria nel campo dell’oncologia. «Ormai siamo arrivati in un’età in cui ogni paziente oncologico può essere considerato un rare patient», afferma Tonon. Anche per i tumori più comuni, la specificità delle alterazioni molecolari richiede una collaborazione sistematica tra centri di eccellenza.
«Coordinarsi fra di noi è l’unica modalità che abbiamo per riuscire a curare i pazienti in maniera adeguata», conclude Tonon, «anche quando ci troviamo di fronte a compendi di mutazioni molto specifici e limitati».
Per facilitare questa cooperazione strategica, Digicore si propone di istituire un sistema innovativo di certificazione di maturità digitale per gli ospedali che partecipano al network, incentivando l’incremento della digital maturity nei diversi Paesi europei e creando standard condivisi di eccellenza nell’oncologia digitale.
Annunciata la sede del prossimo Annual Meeting ACC: Napoli!
Al termine dei lavori della giornata conclusiva del 10º Annual Meeting della Rete, sono state ufficializzate sede e data della prossima edizione: Napoli, dal 10 al 12 settembre 2026, con l’organizzazione condivisa insieme all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale e all’Università degli Studi di Napoli Parthenope.
L’incontro, è stato detto, rappresenterà una nuova occasione per riunire comunità scientifica, clinici e istituzioni intorno ai temi più avanzati della ricerca oncologica, con l’obiettivo di consolidare i progressi e favorire il loro trasferimento alla pratica clinica.
Presto ulteriori novità!
Oncologia di precisione, Normanno: «Servono casistiche ampie e studi real world»
Nella giornata conclusiva del nostro Annual Meeting, Nicola Normanno, direttore scientifico dell’IRST IRCCS di Meldola, associato alla Rete, ha richiamato l’attenzione sulle sfide e sulle opportunità dell’oncologia di precisione.
Oggi oltre il 30% dei pazienti con tumori solidi in fase avanzata può accedere a terapie basate su biomarcatori. Il numero è destinato a crescere, poiché i farmaci target si stanno spostando anche in ambito adiuvante e neoadiuvante. «La gran parte dei nuovi studi clinici è ormai legata a molecole dirette contro alterazioni molecolari specifiche» ha spiegato Normanno (nella foto assieme a Luca Boldrini, Giovanni Tonon e Lisa Licitra).
Questa prospettiva apre però questioni rilevanti: molti biomarcatori presentano frequenze molto basse e richiedono grandi volumi di screening per individuare i pazienti candidabili. «In assenza di strategie sistematiche di profilazione genomica, l’Europa rischia di perdere competitività nell’attrarre sperimentazioni rispetto a Stati Uniti e Paesi emergenti» ha aggiunto.
Secondo Normanno, per affrontare queste criticità occorre combinare studi clinici tradizionali con evidenze real world, condividere casistiche su scala nazionale e promuovere l’uso esteso del sequenziamento di nuova generazione (NGS). «L’adozione di pannelli più ampi di Comprehensive Genomic Profiling è essenziale per aumentare l’accesso dei pazienti e rendere i centri italiani più attrattivi per le aziende farmaceutiche».
La proposta lanciata nel contesto della Rete è quella di definire pacchetti di pazienti pre-profilati, da presentare in modo unitario come piattaforma clinica nazionale. Un approccio che, ha concluso Normanno, «può rafforzare la capacità di ACC di sostenere ricerca innovativa, aprendo ai pazienti italiani maggiori opportunità di cura all’interno dei trial internazionali».
“Be Rome Trial”, la piattaforma che integra dati e intelligenza artificiale
Nella terza e ultima giornata del decimo Annual Meeting della Rete oncologica nazionale Alleanza Contro il Cancro (ACC), organizzato con l’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, il professor Paolo Marchetti – oncologo ed endocrinologo di riconosciuto prestigio internazionale, direttore scientifico dell’IRCCS IDI e professore ordinario all’Università Sapienza di Roma – ha presentato la lectio magistralis dedicata al progetto «Be Rome Trial».
L’intervento si è aperto con una riflessione sul superamento del paradigma istologico tradizionale: la stessa alterazione genetica può infatti determinare risposte diverse a seconda del contesto tumorale, come dimostrano casi ormai classici quali la mutazione BRAF V600E in tiroide, melanoma e colon-retto. «È necessario – ha ricordato Marchetti – adottare un modello di lettura genomica integrata», che costituisce la base stessa del Be Rome Trial.
Il progetto, sviluppato e guidato proprio dal professor Marchetti, ha già raggiunto l’endpoint primario richiesto dalle autorità regolatorie e ha consentito di mettere in luce elementi molto concreti. La concordanza tra biopsia solida e liquida per la stessa alterazione genetica si associa a migliori risposte cliniche, dato pubblicato su rivista internazionale. Inoltre, tutte le discussioni dei Molecular Tumor Board sono state videoregistrate, generando un archivio senza precedenti che funge da biblioteca di casi e strumento di formazione.
Dal punto di vista traslazionale, il gruppo coordinato da Marchetti ha illustrato risultati rilevanti sull’analisi delle alterazioni di TP53 nei pazienti MSS trattati con immunoterapia. In questo contesto, la presenza di specifiche mutazioni si correla a una riduzione del rischio di progressione del 37%, con un hazard ratio pari a 0,63. Non è quindi sufficiente distinguere tra “mutato” e “non mutato”, ma occorre scendere a un livello informativo più granulare.
La lectio ha evidenziato anche il ruolo dinamico del Molecular Tumor Board, che va ben oltre il semplice abbinamento tra mutazione e farmaco. In molti casi non eleggibili allo studio, le discussioni hanno consentito l’avvio di percorsi di presa in carico familiare in presenza di varianti germinali, l’invio a studi clinici aperti in altri centri o ancora l’indicazione di modifiche alle terapie standard quando la profilazione metteva in evidenza meccanismi di resistenza. «Il MTB – ha sottolineato Marchetti – non è soltanto uno strumento decisionale, ma un ambiente di apprendimento continuo per chi lo compone».
Una parte significativa dell’intervento è stata dedicata alla gestione delle interazioni farmacologiche, troppo spesso sottovalutate e causa di perdita di efficacia o accessi in pronto soccorso. Dati raccolti in una coorte multicentrica hanno dimostrato che, nei pazienti trattati con inibitori di CDK4/6, un controllo strutturato delle interazioni si traduce in un guadagno di sopravvivenza libera da progressione (23 mesi contro 15), mentre circa un terzo dei pazienti presenta un rischio elevato identificabile in partenza.
Sul piano infrastrutturale, Marchetti ha ricordato il contributo di ACC alla costruzione di una piattaforma nazionale in cloud capace di integrare dati clinici, genomici, di imaging e di digital pathology, connessa direttamente ai flussi dei Molecular Tumor Board. La qualità e l’interoperabilità dei dati sono condizioni indispensabili per un impiego efficace dell’intelligenza artificiale. Non a caso, tra le prospettive del Be Rome Trial trova spazio anche lo sviluppo di sistemi di IA agentici: prototipi già in uso sono in grado di svolgere funzioni di triage documentale, di sintesi anamnestica in tempi brevissimi e di suggerimento terapeutico fondato su linee guida certificate. «Questi strumenti – ha precisato Marchetti – devono liberare tempo clinico, non sostituire il medico».
La natura stessa del Be Rome Trial è innovativa: non un singolo studio tradizionale, ma una piattaforma adattativa che randomizza i pazienti tra standard of care e trattamenti suggeriti dal Molecular Tumor Board, stratificando per patologia, alterazione e farmaco. L’endpoint cardine resta la progression-free survival, arricchita dall’integrazione delle misure patient-reported. Quando una combinazione tra alterazione, farmaco e contesto clinico raggiunge un’evidenza sufficiente, il relativo braccio viene chiuso e i dati inviati all’autorità regolatoria.
In chiusura, il professor Marchetti ha indicato tre priorità per il futuro: estendere l’uso della profilazione genomica completa, integrare fattori extra-tumorali come le interazioni farmacologiche e il microbiota, e rendere interoperabili i dati nazionali per favorire valutazioni di efficacia più rapide.
Il Be Rome Trial si conferma così un’iniziativa destinata a incidere in modo concreto sulla pratica clinica e sulla ricerca oncologica.
Immunoterapia oncologica: dal sogno di Coley alle nuove frontiere
Si è parlato anche immunoterapia oncologica al decimo Annual Meeting di Alleanza Contro il Cancro, la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute.
Il professor Paolo Ascierto – massimo esperto mondiale di melanoma nel decennio 2013-2023 e attuale direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli, associato alla Rete – ha tracciato un quadro completo dei progressi e delle sfide future dell’immunoterapia oncologica.
Ripartendo dagli esperimenti pionieristici di William Coley a fine Ottocento, Ascierto ha ricordato come la disciplina abbia compiuto un salto epocale con l’introduzione dei checkpoint inhibitors – come ipilimumab e nivolumab – capaci di riattivare il sistema immunitario contro le cellule tumorali. Nel melanoma metastatico, l’associazione di questi farmaci ha portato a risultati senza precedenti: sopravvivenze a 10 anni intorno al 50%, con curve di risposta che mostrano le caratteristiche “code” indicative di remissioni durature e potenzialmente definitive.
Risultati analoghi stanno emergendo anche in altri tipi di tumore, a conferma dell’effetto memoria tipico dell’immunoterapia, che modifica in modo profondo e duraturo l’atteggiamento del sistema immunitario nei confronti della malattia.
Accanto agli inibitori di checkpoint, sono in fase di sviluppo anticorpi anti-CTLA-4 di nuova generazione, ingegnerizzati per aumentarne l’attività e ridurne la tossicità, con segnali promettenti anche in tumori solidi diversi dal melanoma.
Ascierto ha poi analizzato lo stato dell’arte delle CAR-T, efficaci nei tumori ematologici ma ancora limitate nei solidi a causa della scarsa specificità antigenica, della tossicità off-target e dell’azione immunosoppressiva del microambiente tumorale. Per superare questi ostacoli, si stanno studiando varianti come i TCR-engineered cells, progettate per riconoscere antigeni tumorali specifici mantenendo una risposta fisiologica.
Tra le strategie cellulari, il professore ha indicato come particolarmente promettente la TIL therapy (Tumor-Infiltrating Lymphocytes), che prevede l’espansione ex vivo dei linfociti presenti all’interno del tumore e la loro successiva reinfusione nel paziente: una tecnica già approvata dall’FDA negli Stati Uniti, capace di ottenere tassi di risposta dell’80% in pazienti resistenti a immunoterapia e terapie target.
Ampio spazio è stato dedicato anche alle terapie innovative non cellulari:
- i bispecifici o T cell engagers, che “traghettano” i linfociti T all’interno del tumore per indurre un’azione mirata;
- i virus oncolitici, capaci di infettare selettivamente le cellule tumorali e rendere il microambiente più sensibile all’immunoterapia, con risultati promettenti anche in combinazione con anti-PD1;
- e i vaccini terapeutici personalizzati a RNA messaggero, costruiti a partire dai neoantigeni tumorali specifici di ciascun paziente, individuati grazie ad algoritmi di intelligenza artificiale. In studi di fase II, questi vaccini – somministrati insieme agli immunoterapici – stanno mostrando significativi miglioramenti nella sopravvivenza libera da recidiva e nella sopravvivenza libera da metastasi a distanza.
Secondo Ascierto, proprio i vaccini personalizzati e la TIL therapy rappresentano oggi le linee di ricerca più promettenti per i tumori solidi, dove i risultati delle CAR-T sono ancora limitati.
«L’obiettivo resta quello di alzare sempre più le code delle curve di sopravvivenza – ha sottolineato – trasformando le risposte temporanee in remissioni durature e, quando possibile, in vere e proprie guarigioni».
Survivorship, pilastro dell’oncologia moderna: esperienze e prospettive
La Survivorship rappresenta oggi un pilastro dell’oncologia moderna: non più soltanto follow-up clinico, ma un approccio globale che comprende sorveglianza delle recidive, gestione degli effetti tardivi delle cure, supporto psicologico, attenzione alle comorbilità croniche e promozione di corretti stili di vita.
È un ambito in cui Alleanza Contro il Cancro lavora da anni in stretta collaborazione con FAVO, la Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia, attraverso un gruppo dedicato, con l’obiettivo di sviluppare modelli di presa in carico personalizzati nei Comprehensive Cancer Center.
Se n’è discusso al decimo Annual Meeting della Rete, in corso a Verona dal 18 al 20 settembre, co-organizzato con l’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, nel corso di una sessione interamente dedicata al tema. «Un paziente oncologico viene definito survivor al termine delle terapie attive, ma da quel momento emergono bisogni complessi che richiedono risposte integrate e personalizzate» spiega Alexia Francesca Bertuzzi, oncologa dell’IRCCS Humanitas Research Center, associato ad ACC.
«È necessario un programma strutturato che tenga insieme la sorveglianza clinica, la gestione degli effetti collaterali fisici e psicologici, il sostegno psicosociale e la promozione di corretti stili di vita. Solo così è possibile accompagnare il paziente in un percorso di vita con e oltre il cancro».
A livello internazionale, il termine survivorship riflette una visione olistica del paziente, che include non solo la prevenzione delle recidive ma anche la riduzione dei rischi connessi a stili di vita inadeguati. Alimentazione equilibrata, attività fisica, astensione da fumo e alcol, programmi di riabilitazione fisica e psico-sociale sono parte integrante di questa prospettiva.
Fondamentale, sottolineano i lavori della Rete, è il concetto di patient empowerment: il paziente deve essere coinvolto in prima persona lungo tutto il percorso di cura, dalla diagnosi al follow-up, fino alla prevenzione terziaria. Un approccio che valorizza anche il ruolo del caregiver e punta a migliorare in modo significativo l’esperienza complessiva di cura.
